La “materia oscura” è uno dei più grandi rompicapi dell’astrofisica. Tra le ipotesi più affascinanti ci sono i Buchi Neri Primordiali, teorizzati come densità di materia collassate poche frazioni di secondo dopo il Big Bang, durante l’inflazione cosmica. Se esistono, non brillano e non sono nati dalle stelle, ma vagano invisibili negli aloni delle galassie. Ora, uno studio guidato dalla ricercatrice Renee Key potrebbe averne intercettato uno a due passi da noi, battezzandolo informalmente Phoebe.
Per catturare oggetti così elusivi, il team ha utilizzato la potente Dark Energy Camera (Decam), monitorando per cinque notti una stella nella Grande Nube di Magellano (vedi figura) con una cadenza temporale serratissima. La tecnica usata è il microlensing gravitazionale: quando un corpo invisibile passa davanti a una stella lontana, la sua gravità agisce come una lente d’ingrandimento, amplificandone la luce per un breve periodo. Più l’oggetto-lente è leggero, più il lampo è rapido.
Ed è qui che Phoebe ha stupito i ricercatori, generando un evento di microlensing durato appena 60 minuti: uno dei segnali più veloci e a bassa massa mai catturati. L’analisi probabilistica ha rivelato che l’oggetto dovrebbe appartenere all’alone di materia oscura della Via Lattea.
La sua massa stimata è sbalorditiva: solo tre masse lunari. Se i dati saranno confermati dalle osservazioni di follow-up, Phoebe non solo dimostrerà l’esistenza dei Buchi Neri Primordiali nella “finestra” di massa planetaria, ma confermerà che almeno una parte del “lato oscuro” dell’Universo sarebbe costituita da oggetti con caratteristiche simili a quelle di Phoebe.