La Terra come Arrakis, tra 250 milioni di anni

Pangea Ultima potrebbe essere un inospitale caldo deserto

Una desolante vista desertica richiama il possibile futuro della Terra tra circa 250 milioni di anni . (Cortesia: Sandy Redding)

Il nostro pianeta non è stato sempre così come lo conosciamo. In 4,65 miliardi di anni ha sperimentato catastrofiche collisioni, tra cui quella che ha portato alla formazione della Luna. A quell’evento forse dobbiamo la nostra esistenza. Il nostro grande satellite è fondamentale per la vita sulla Terra: controllando l’oscillazione della rotazione, rende il clima stabile. La completa fusione favorì la differenziazione interna con formazione di un nucleo caldo nonché la comparsa di un forte campo magnetico, un efficiente schermo contro le radiazioni solari e cosmiche.

La deriva dei continenti e la Pangea

Altrettanto, alle differenze di temperatura tra nucleo e crosta si deve pure l’origine dei moti convettivi nel mantello che inducono la cosiddetta tettonica. Nel Sistema Solare, la Terra è l’unico pianeta a esibire tale fenomeno. Il movimento delle placche tettoniche, molto lentamente (pochi centimetri per anno) ha modellato nel tempo la superficie ma anche condizionato l’evoluzione della biosfera sin dalla comparsa della vita.

Fu proprio il rinvenimento di fossili animali simili nei vari continenti a suggerire ad Alfred Wegener la teoria della deriva dei continenti, nel 1915. I confini delle masse continentali, componibili quasi a incastro, portarono Wegener a ipotizzare che in passato fossero state parte di un unico supercontinente che chiamò Pangea. Nella storia della Terra, in particolare, la formazione o disgregazione dei supercontinenti sembra aver giocato un ruolo non marginale in termini evolutivi per interi generi animali, favorendone la diffusione o, al contrario, acceleratone l’estinzione.

Dalla Pangea alal situazione attuale. Nel corso dei prossimi milioni di anni le masse continentali tenderanno a riunirsi in un nuovo supercontinente. (CC0)

Geologia ed evoluzione

La formazione della Pangea, ad esempio, produsse imponenti eruzioni, ritenute responsabili della grande estinzione alla fine del periodo Permiano, 248 milioni di anni fa, in cui sparì il 95% dei viventi. Quella profonda crisi biologica spalancò le porte all’evoluzione dei rettili nel Triassico e la successiva esplosione evolutiva nel Giurassico. L’estinzione dei grandi rettili alla fine del Cretaceo, 66 milioni di anni fa, permise invece l’evoluzione dei mammiferi sino al genere Homo.

La stessa evoluzione degli ominidi sembra essere fortemente associata agli eventi geologici che interessarono l’Africa orientale e i cambiamenti climatici indotti dalla formazione della Rift Valley, come le grandi savane. Gli ominidi erano forse destinati a evolvere comunque sino ai Sapiens, tuttavia le trasformazioni ambientali sono state validi propulsori evolutivi.

Almeno quattro supercontinenti

Che i continenti si spostassero davvero fu scientificamente determinato mediante ricerche di geodesia spaziale. I movimenti sono stati pertanto ricostruiti a ritroso con indiscutibile precisione o dedotti in base alla documentazione stratigrafica. Secondo i geologi la Terra ha avuto non meno di quattro supercontinenti: Rodinia (1300-700 milioni di anni fa), Laurentia-Gondwana (circa 400 milioni di anni fa) e Pangea.

Immagine di fantasia del possibile aspetto della Terra tra 250 milioni di anni. Ricostruzioni affidabili per un futuro così lontano sono tuttavia impossibili.

Pangea Ultima

I continenti oggi alla deriva sono destinati a riunirsi in un nuovo supercontinente che i geologi hanno già denominato Pangea Ultima o Proxima. Secondo modelli, basati sui dati geodetici disponibili, Ultima si formerà entro i prossimi 250 milioni di anni, innescando intensi fenomeni di vulcanismo e immissione in atmosfera di grandi quantità di anidride carbonica. Questo comporterà profondi cambiamenti climatici globali, esasperati dall’aumento della radiazione solare.

Entro qualche centinaio di milioni di anni, infatti, la nostra stella sarà del 2,5% più luminosa a seguito di più rapide reazioni di fusione nel nucleo rimpicciolito e compresso dal più pesante strato esterno. Insieme all’effetto serra dovuto alla grande quantità di CO2 in atmosfera, sul pianeta insisteranno temperature molto torride. Non dovrebbero esserci le calotte polari per via di temperature medie globali intorno ai 40°C.

Il fururo supercontinente Pangea Ultima, secondo i modelli, dovrebbe formarsi a latitudini tropicali. [Figura tratta da Farnsworth, A., Lo, YTE, Valdes, PJ et al. Nat. Geosci. (2023).]

Nella peggiore delle latitudini

A complicare le cose per i viventi futuri, concorrerà la formazione di Ultima alle latitudini peggiori. Secondo i calcoli, Ultima potrebbe essere localizzato quasi completamente nella regione equatoriale, in condizioni di clima esasperato. Ultima si profila un immenso e inospitale deserto circondato da un mare caldo.

Non è dato sapere che tipo di animali saranno i futuri abitanti delle terre emerse, ma probabilmente occuperanno strette fasce temperate a nord e sud con clima più mite. Verosimilmente, la formazione di Ultima porterà a un’estinzione in massa e i sopravvissuti si adatteranno in nicchie molto limitate, oppure in ambiente acquatico. Questo scenario poco felice è stato illustrato su Nature Geoscience in uno studio internazionale guidato da Alexander Farnsworth dell’Università di Bristol.

Un futuro da Arrakis

Secondo gli autori, il nostro pianeta si presenterà come l’Arrakis nella saga fantascientifica di Dune. Nello scenario peggiore, in cui i livelli di CO2 raggiungessero 1120 parti per milione, solo l’8% delle terre emerse sarebbe abitabile per la maggior parte dei grandi animali, rispetto al circa 66% odierno. Tale situazione equivale a un’inevitabile progressiva riduzione della biosfera sia animale sia vegetale. La storia biologica della Terra, comunque, dimostra che dopo ogni fenomeno di estinzione c’è sempre stata una grande diffusione di altre forme viventi più adattate ai nuovi ambienti.

Per tali inquietanti previsioni non sono state considerate le emissioni prodotte dalle attività umane, ma è utilizzata una modellizzazione climatica a lunghissimo termine. Oltretutto è più che probabile che per quell’epoca la nostra specie non esisterà più da tantissimo tempo. Da qui a 250 milioni di anni c’è lo stesso abisso che separa noi dalle ultime trilobiti!

L’estinzione non è comunque l’unica possibilità. La stessa Pangea Ultima non è certo che si formi e che vada a occupare al 100% la regione equatoriale. A favore dei più ansiosi, il modello di Farnsworth indica una formazione tropicale, ma altri scenari ne suggeriscono una nella regione polare nord, dove potrebbero esserci condizioni più temperate e ospitali.

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Informazioni su Giuseppe Donatiello 354 Articoli
Nato nel 1967, astrofilo da sempre. Interessato a tutti gli aspetti dell'astronomia, ha maturato una predilezione per il deep-sky, in particolare verso i temi riguardanti il Gruppo Locale e l'Universo Locale. Partecipa allo studio dei flussi stellari in galassie simili alla Via Lattea mediante tecniche di deep-imaging. Ha scoperto sei galassie nane vicine: Donatiello I (2016), Donatiello II, III e IV nel sistema di NGC 253 (2020), Pisces VII (2020) e Pegasus V (2021) nel sistema di M31. Astrofotografo e autore di centinaia di articoli, alcuni con revisione paritaria.