Il lato italiano della “Missione Asteroide”

by Antonio Lo Campo

La missione della sonda DART della NASA, che lo scorso 26 settembre ha colpito e deviato la traiettoria di un asteroide, è stata un successo. Una missione per molti aspetti storica, sui cui risultati si sta lavorando alacremente in queste settimane. Ed è una missione che, pur essendo statunitense, vede una rilevante partecipazione della scienza e della tecnologia italiana. Soprattutto con giovani ingegneri e ricercatori.

E quindi, quanta Italia c’è nella missione della DART? “Molta. Vi sono ricerca scientifica, studi astronomici e tecnologia avanzata. Siamo protagonisti, e noi come ricercatori siamo orgogliosi di farne parte”. Maurizio Pajola e Alice Lucchetti, sono una coppia molto affiatata. Non solo nella loro professione (“Qualcosa di meraviglioso e appassionante” – dice Maurizio), ma anche nella vita privata, e genitori di una bimba nata lo scorso 30 agosto.“Un’altra grande, enorme emozione di quei giorni …” – dicono. Anche perché entrambi, all’interno di un team di circa 40 ricercatori alla guida di Elisabetta Dotto dell’INAF(Istituto Nazionale di Astrofisica), sono coinvolti in vari aspetti della missione, sia per la sonda della NASA-DART, che per il mini-satellite italiano, o Cubesat, battezzato “LICIACube”, grande quanto una valigetta e carico di elettronica e dotato di due sofisticate fotocamere chiamate LEIA e LUKE: “E’ stato in grado di scattare, in media, una foto al secondo” – spiega Maurizio Pajola, ricercatore INAF dell’Osservatorio Astronomico di Padova che ha alle spalle anni di esperienza, nonostante la giovane età, per le missioni OSIRIS-REx e Rosetta – “e ci ha inviato immagini che riteniamo uniche, non solo sulle dinamiche della deviazione di traiettoria di Dimorphos, la luna del diametro di 163 metri dell’asteroide Didymos, ma sulla morfologia superficiale e la sua struttura. L’unicità di questa missione, che la rende più complessa ma anche più importante dal lato scientifico, è che questa volta l’asteroide – obiettivo non è un corpo unico, ma doppio”. “Il mio ruolo è, come avvenuto in passato con la missione sulla cometa 67P e per l’asteroide Bennu, di studiare le formazioni rocciose e i massi di Dimorphos, per comprenderne i fenomeni che li hanno generati e che attualmente li stanno degradando” – dice Maurizio: “Io ora ho il compito di studiare la superficie in dettaglio, con tutte le sue fratture e le possibili frane. Il corpo binario Didymos-Dimorphos desta molto interesse negli astronomi, ed è una delle ragioni per cui è stato scelto per la missione da impatto di DART” – gli fa eco Alice.

LICIACube, un mini-satellite dell’ASI costruito a Torino da Argotec, ha fotografato il tutto fino ad una distanza minima di 51 chilometri, raggiunta pochi secondi dopo il momento clou dell’impatto, quando DART si è schiantata sull’asteroide Didymos e ne è scaturita una nube di frammenti e polvere: “L’obiettivo in questa missione è verificare se davvero siamo in grado di deviare la rotta di un asteroide pericoloso che può impattare con la Terra” – precisa Pajola – “Tra febbraio e marzo, il nostro LICIACube ci fornirà tutte le immagini che riuscirà a scattare, già da diversi minuti prima fino a ore dopo l’impatto. Con la tecnica di DART siamo in grado di farlo con un oggetto che sta nei 200 metri, come Dimorphos. ”E oltre queste dimensioni? spiega Lucchetti – “Ci vorranno tecniche diverse, probabilmente sparando contro testate esplosive, come nei film di fantascienza. Ma questo passo successivo è tutto ancora da studiare, e già questa missione ci potrà fornire risposte importanti”.

Alla missione, partecipano tra aziende e centri di ricerca italiani, oltre ad ASI e Argotec per LiciaCube, e INAF, anche l’Università di Bologna, l’Università di Napoli Parthenope, il Politecnico di Milano e l’IFAC-CNR. “Per il futuro? Queste missioni destano grande interesse” – sottolineano i due astrofisici italiani – “e ad esempio l’Esa europea ha varato la missione Hera, con sempre l’asteroide Didymos-Dimorphos come obiettivo che verrà lanciata nel 2026”.Anche il Telescopio spaziale James Webb ha osservato l’impatto. Il JWST è stato progettato per seguire target osservativi che si muovono rispetto a stelle e galassie nell’universo lontano e che appaiono quindi con buona approssimazione immobili. La sfida era riuscire a seguire oggetti in movimento con la stessa precisione con cui vengono puntati quelli fissi. In genere, utilizzando una speciale telecamera chiamata Fine Guidance Sensor, Webb si aggancia a una cosiddetta stella guida per rimanere puntato sul suo obiettivo con grande precisione. Superando quindi sé stesso, il Webb ha catturato immagini dell’impatto con lo strumento NirCam (Near-Infrared Camera) che mostrano un nucleo stretto e compatto, con pennacchi di materiale che appaiono come ciuffi che si allontanano dal centro nel punto in cui è avvenuto l’impatto.

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