Con Mario non mi sono mai incontrato di persona. E anche la nostra conoscenza epistolare risale a tempi relativamente recenti.
Era, credo, il 2016 quando approfondendo una frequentazione nata sul web ci siamo messi in testa di scrivere a quattro mani un libro sulla Luna, progetto poi arenatosi per vari motivi. Da allora, però, abbiamo continuato a scriverci con cadenza settimanale. E la cosa curiosa è che, pur provenendo tutti e due dall’ambiente astronomico – io divulgatore ed ex direttore di una rivista, lui ex direttore dell’Osservatorio astronomico di Napoli e riconosciuto decano degli astronomi italiani – l’argomento delle nostre conversazioni non è quasi mai stato quello del nostro comune campo di studi.
Di che si parlava? Ci facevamo compagnia, credo, commentando fatti del giorno, del mondo che se ne stava lì fuori, di paturnie

esistenziali. Con qualche raro volo pindarico su poesia e letteratura, più che altro finalizzato a commentare le nostre peripezie editoriali, e a cercare il modo di trovare finalmente un editore disposto almeno a leggere (“dovrebbe essere il loro mestiere”, diceva Mario) tutte le cose meravigliose che si accumulavano nei nostri rispettivi cassetti.
Il suo cassetto enormemente più grande del mio, perché, molto più di me, lo scrittore vero era lui, Mario Rigutti, autore di uno dei più bei libri di astronomia pubblicati in Italia, quel Cento miliardi di stelle che avrà ispirato chissà quanti ragazzi a farsi astronomi o giù di lì…
A quel libro ne seguirono decine d’altri, sempre legati al mondo che per tanti anni – dai tempi dell’apprendistato ad Arcetri sotto la guida di Giorgio Abetti, fino alla ventennale direzione di Capodimonte – lo ha visto protagonista sia nel settore scientifico, sia in quello divulgativo.
Una visione del mondo più umanistica
Ma gli astronomi sono strani, e non pochi di essi, probabilmente stufi di aver passato la vita a farsi dettare il tempo dal “metodo scientifico”, appena possono, conclusa la carriera, si lasciano andare con le loro opere a una visione del mondo più umanistica (anche se credo che Rigutti, umanista lo sia sempre stato)… Ecco allora che chi fino ad allora si era fatto conoscere soltanto con pubblicazioni tecniche, sente il bisogno di dare alle stampe romanzi, racconti, raccolte di poesie, memorie, riflessioni… Come se improvvisamente fosse avvertita impellente la necessità di raccontare il mondo al di là dei modelli matematici.
Ovviamente, c’è chi in questo ci riesce meglio di altri. E la bravura di Mario Rigutti resta per me, anche dopo anni di confronto epistolare, un mistero molto più grande di quello dell’Isola di Pasqua. E uso questa metafora perché è così che a volte immagino Mario: come una scultura di pietra che si staglia ieratica in riva al mare. Assorta, silenziosa eppure viva e produttiva.
Lui stesso ha ricordato questo mio stupore in un passo del suo ultimo libro (Potpourri), pubblicato soltanto un mese prima della sua morte: “Giovanni Anselmi, amico della mia “età della saggezza”, mi ritiene una vecchia roccia che continua a pensare, scrivere e a produrre”.
Un’ammirazione, la mia per Mario, che nasce dalla qualità degli scritti, davvero notevole, ma anche da una velocità di ingegno e di stesura che gli permetteva di sfornare almeno un libro l’anno.
Due leitmotiv nell’opera di Mario Rigutti
Nell’opera di Rigutti sono sostanzialmente due i leitmotiv che attraversano il campo: Il primo era quello della morte e del cupio dissolvi, ben rappresentato da questi due brani:
“A invecchiare ci si abitua. Perché la vecchiaia arriva piano piano, senza farsi accorgere, in punta di piedi. E pian piano, oggi arriva quell’acciacco, domani quell’altro, e poi quell’altro, e poi quell’altro, e quell’amico non viene più a trovarti, né tu lo vai a cercare, perché ha già finito i suoi giorni, e poi quell’altro l’ha seguito, e pian piano, il deserto di anime in cui il tempo ti accompagna ti diventa familiare e non ti pesa più che tanto. L’affetto di qualcuno, di tua moglie, dei tuoi figli, se ne hai, e poi di tanto in tanto i ricordi, ti bastano, non ti occorre altro. Il mondo delle tue esigenze è diventato essenziale, si è liberato della materialità e non ti manca nulla”.
“Ora stai bene nel silenzio, nell’aria tiepida, non troppo freddo, non troppo caldo, e ti piace anche appisolarti di quando in quando sulla poltrona e per un poco svanire. Mi rendo conto soltanto ora che mi preparo a lasciare il campo di un punto essenziale della mia vita: ho scelto, inconsapevolmente ma egoisticamente, e praticato una professione onorata, interessante, divertente, ma soprattutto priva di qualsiasi vera responsabilità umana. Sostanzialmente ho fatto il parassita. Di qualità, ma sostanzialmente parassita. La mia, a differenza di quella di un poliziotto, di un medico, di un infermiere, di un guidatore di autobus, di un operaio addetto alla costruzione e manutenzione degli impianti fognari e di tanti altri come questi, è stata una vita senza carichi più o meno pesanti da portare. Ho fatto quello che mi piaceva fare e se non avessi ottenuto alcun risultato avrei fatto una figuretta e la disapprovazione di alcuni colleghi, ma non ci sarebbero state conseguenze negative per nessuno. Almeno per quanto riguarda la professione, fin da giovane avrei potuto assumere la posizione del siddhasana – la posizione dello yoga perfetta per la meditazione – e restarmene così, immobile fino alla morte”.
Il secondo era lo sguardo critico e sconsolato sul mondo di oggi. Ed è proprio qui che viene fuori il moralista risentito, il polemista furioso, l’uomo in rotta con i suoi tempi. Si avverte sicuramente una vena pedagogica, un ineliminabile maestro di scuola in lui. Ma come potrebbe non esserlo… Rigutti era un triestino da generazioni, un mitteleuropeo che poco aveva a che fare con la tipica accondiscenza mediterranea.
E di questa ascendenza, e del rigore morale (e caratteriale) che ha contraddistinto tutta la sua vita, si trova traccia in scritti come questo, sempre tratto da Potpourri:
“Quand’ero ragazzo mi hanno insegnato che in una società ci sono diritti e doveri.
Oggi di doveri non si parla quasi più e vedo che c’è molta gente convinta che i desideri siano diritti e pertanto pretende il riconoscimento di sempre nuovi diritti. Sembra che siano rimasti soltanto o soprattutto questi. Come faccia 
una società a reggersi in questo modo non è facile capirlo. I miei diritti non corrispondono più a doveri per qualcuno? E i diritti altrui non corrispondono più in qualche modo a doveri per me?”
Ciao Mario
Adesso Mario se n’è andato, e so che non potrà rispondere mai più alle mie mail.
Quando uno muore ferma anche il tempo e le abitudini dell’altro. E lo lascia da solo, nell’ormai inutile giro di domande.
Ciao Mario, io so che sei vissuto.
Giovanni Anselmi